Facity, again!

Si ricomincia a fotografare belle facce degli abitanti di Roma!

Chi volesse partecipare al progetto Facity, che sta diventando un enorme database di ritratti dal mondo, mi contatti.

Qui potete visitare la mia pagina e da lì, tutte le altre!

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FRA i fornelli con FRA – THAI Edition

Una sera di maggio lascia spazio alla nuova edizione, stavolta THAI, di FRA i fornelli con FRA. Piatti non proprio facilissimi, pieni di spezie di cui non ricordo neanche il nome e di piatti di cui non ricordo più la preparazione.

Il risultato è stato generalmente buono, non ha toccato picchi come l’edizione US, ma il Tomkagay ha avuto molto successo.
Qui trovate alcuni scatti della THAI Edition.

Enjoy!

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Una sera di Maggio, dieciunitàsonanti live

Ieri sera un bel concerto delle dieciunitàsonanti, non uno come tanti.
Qui alcuni scatti.

 

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FRA i fornelli con FRA – US Edition

Ieri sera, 30 Aprile, si è svolta la prima edizione del nuovo progetto che ho in testa da un pò. Grazie ai bellissimi libri di Laurel Evans sulla cucina americana che hanno risvegliato in me un istinto poi non così tanto nascosto ho pensato bene di unire la mia passione per la fotografia alla buona cucina.
Così nasce FRA i fornelli con FRA, una serie di cene a numero chiuso con tema culinario ogni volta diverso e con piatti da ogni parte del mondo. I numerosi scatti che ne seguiranno contribuiranno a formare l’apposita sezione del sito dedicata alla Food Photography.
Qui, le altre foto della I Edizione, dedicata alla cucina made in US.
Enjoy!

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Lucio Dalla

Ho bisogno di scrivere nel giorno in cui Lucio Dalla è morto.
E’ una cosa naturale, questa, che qualcuno se ne vada voglio dire. Fa parte della vita e per quanto lo stupore e l’angoscia e la tristezza possano prendere il sopravvento, continuo a ripetermi che è tutto naturale.
Lucio Dalla però fa parte di me.
Non l’ho mai conosciuto, l’ho visto dal vivo solo due anni fa, nel tour che lo rivide insieme a De Gregori dopo tanti anni.
Lui e De Gregori, per me i più grandi cantautori, da sempre.
E si può stare a disquisire se Faber fosse migliore, più poeta, più raffinato, ma non c’è niente da fare, la musica ti costruisce fondamenta dentro che chissà da dove vengono e non c’è tesi o oggettività che tenga: per me Lucio Dalla veniva da pomeriggi di bambina di domenica in piena estate a casa, con i film di Verdone in sottofondo, a viaggi in macchina con i finestrini aperti e l’aria in faccia e le cassette che sono sempre le stesse ma sempre belle. La nostra musica, quella che ci fa crescere e che non scegliamo, ci arriva da un’educazione implicita, per poi trasformarsi in curiosità, in studio e in stupore quando scopri un pezzo nuovo che ti apre tanti nuovi capitoli e ti fa ricominciare da capo, con la gioia unica che dà la consapevolezza di avere tanto ancora da ascoltare.
Insomma, i primi approcci con Lucio Dalla sono stati grazie a “Borotalco”: un intero film dedicato a lui, dove lui non appare mai ma è sempre presente.
“L’ultima Luna” rimaneva in testa come una filastrocca, con quella immagine del bacio sulla scala a chiocciola di un palazzo di periferia, in un pomeriggio di sole; l’intro di “Meri Luis” sembrava dovesse restare un intro per sempre, fino a quando non recuperai il vinile di mio padre nel quale era contenuta, “Dalla” del 1980, con quella copertina così semplice e così identificativa, dove si intravedevano gli occhi senza occhiali. La prima traccia di quel disco è “Balla balla ballerino”, con quegli alti e bassi, quel crescendo e quel tiro inconfondibili che mettevano subito allegria.
Poi sono arrivate in ordine sparso e tutte insieme “Cara” e “Futura”, tenere e sensuali, la struggente e malinconica “Quale allegria”, quella storia bellissima d’amore e solitudine che era “La casa in riva al mare”, tornava “L’anno che verrà” con quei versi verso la fine a cui nessuno fa tanto caso quanto sono belli, come per tutte quelle canzoni che siamo troppo abituati a canticchiare e di cui perdiamo i pezzi. C’era “Com’è profondo il mare”, con quel testo complesso e articolato, “Anna e Marco” che sembra di conoscerli e “Telefonami tra vent’anni”, che parlava e immaginava il futuro, come capitava spesso. C’era “Il cielo”, che solo in futuro ricollegai a lui: la ascoltavo da piccola dalla stazione radio che sentiva sempre mamma, la mattina mentre mi preparavo per andare a scuola. La voce di Dalla era giovane e pronunciava le parole con un forte accento e con le “o” molto chiuse.
C’era quel cd comprato su qualche giornale, quando l’era del download abusivo non era ancora tanto in uso: “DallAmeriCaruso”, un live registrato a New York negli anni’80. La prima traccia era l’inedito “Caruso”, una canzone così potente e difficile, sentita troppe volte interpretata da altri da non farla rientrare nelle mie preferite.
Un giorno poi arrivò nella mia vita “E non andar più via”: me la fece conoscere la persona con la quale condivido la mia vita, e non è un caso. Da lì capii che Dalla era un genio definitivo, senza alcun dubbio. Quei geni che possono invecchiare, perdere smalto e lucidità, forse anche rovinarsi e perdersi con il tempo, ma che grazie ai tesori che hanno creato e donato agli altri rimarranno geni per sempre.
Lucio Dalla per me è e sarà sempre una parte di me: fondamenta, gusto, talento e raffinatezza. Mi ero rallegrata nel vederlo a Sanremo, un pò dimesso, forse solo molto discreto, a condurre un ragazzino, inserendosi con armonizzazioni e colori tutti e solo suoi: il pezzo mi piaceva e non a caso lo avevo fatto salire sul mio podio personale.
Chissà chi lo canterà in futuro, chissà se il suo compagno di viaggio De Gregori continuerà a portarlo nei teatri, chissà se qualcuno mai riuscirà a scrivere un pezzo su di lui. Chissà che immagini e che colori ha nella testa di tante persone che ora lo piangono, diverse dalle mie ma tutte simili e strette insieme nel ricordare un uomo che ha davvero donato qualcosa di grandissimo. Che poi è un pò il significato del perché siamo qui, forse.
E allora: grazie, Lucio, anche per quel sapore, quell’atmosfera e quel colore del mare che solo tu sapevi comunicare.

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Day#90

Ecco, come si fa a concludere qualcosa che non si vorrebbe?
La sensazione e’ la stessa dell’ultimo giorno di scuola del liceo o del giorno dei passaggi quando sei bambino al reparto.
Saluti qualcosa con una fitta al cuore ma con la consapevolezza che sia il momento giusto.
Oggi e’ il momento giusto, se non altro perché e’ il 90esimo giorno e questo racconto di viaggio deve , per forza di cose, finire qui.
Ringrazio tutti voi per avermi letto una volta, dieci, o tutti i giorni, per avermi comunicato tanto affetto in tante maniere diverse, per aver apprezzato quello che faccio e come lo faccio, per avermi dato il permesso di raccontare un pezzo di vita a New York, una città che ti accoglie come una mamma, che sa già tutto di te e che ti mette a tuo agio, che e’ piena di ogni cosa, che esagera, che da possibilità e opportunità se le sai cogliere, che ti ferma per strada anche se non ti conosce, che e’ una festa continua, uno sfarzo di luci ma anche una casa bassa e familiare, con le scale e il cancello e il giardino.
Una città che ti rende ogni cosa più facile, che ti spinge a camminarci dentro e a scoprirla nelle sue mille diverse città, tutte unite, insieme sotto un unico nome.
Una città orgogliosa, col fiume e col mare che a volte quasi te ne dimentichi, una citta’ fredda e umorale che presto si riscalderà per regalare colori e odori diversi, la città che ti toglie tante energie ma te le rida’ tutte indietro, in centomila modi diversi.
Una città’ che ti prende per la gola e che, come mi ha detto qualcuno qualche giorno fa, si lascia solo per ritornarci.
Non so se questo vivere qui sarà il mio destino, non so se questa rimarrà una parentesi. Quello che so e’ che torno a Roma piena di fotografie, nella mia Nikon come nella mia testa e che questi 90 giorni mi danno la spinta per vivere anche la mia città in maniera diversa.
Grazie ancora a tutti e arrivederci, a presto!

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Day#89

Per celebrare il penultimo giorno a New York, piovoso, plumbeo e freddo come una delle migliori giornate di Novembre, Federico mi ha portato in giro per le gallerie di Chelsea.
Il giovedì di solito ci sono gli opening e tutta la zona dalla 17 in su e’ piena zeppa di gallerie, una attaccata all’altra, quasi tutte aperte.
Le mostre sono obiettivamente variegate, si passa dai quadri di dubbio valore artistico, alle sculture divertenti e un po’ bizzarre, alle fotografie medio formato.
Ma il punto di interesse di tutto questo girovagare sono le persone e i personaggi che vi si incontrano. Ci si può trovare di tutto: dal miliardario vestito casual, alle modelle, alle drag queen, ai signori anziani in papillon, alle giovani coppie con bambini, ai giovincelli squattrinati come noi che approfittano del tour artistico per bere birre gratis e rifocillarsi con hot-dog caldi gentilmente concessi dalla galleria di turno.
Ho salutato quindi Manhattan così, senza pensarci troppo.
Ho incontrato dei simpatici scoiattoli a Washington Square che si facevano imboccare da un vecchietto, assiduo frequentatore della piazza.
Ho salutato marzo in un locale di Brooklyn molto affollato, scattando foto istantanee in bianco e nero dentro una di quelle vecchie cabine di una volta.

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Day#88

Oggi ho sfidato il vento e sono tornata a Coney Island.
Ci ero venuta una volta sola a Febbraio, con Ale, ma il vento gelido forte come mai ci aveva impedito di fare qualsiasi cosa.
Sara’ perche’ e’ Marzo, e il mare d’inverno da sempre un po’ quella sensazione di nostalgia; sara’ perche’ era nuvoloso e perche’ il Luna Park era un cantiere aperto, ma tutto aveva realmente tinte decadenti, un po’ surreali.
Fatto sta che anche oggi ho conosciuto personaggi singolari: Haim, padrone del Coney Island Beach Store, mi ha riempito di domande e quando ha scoperto che ero di Roma mi ha commissionato mille foto da far vedere a suo fratello David, gioielliere del ghetto che abita a viale Marconi. Una strana signora vestita di rosso, un po’ cicciotta e con la faccia simpatica di cui non ho ben capito bene la provenienza mi ha chiesto se lavoravo per un giornale: le ho risposto di no ma lei ha comunque voluto farsi scattare delle foto seduta su una panchina in riva al mare, con il suo nuovo ombrello a fiori, aperto. Ho assistito a un set cinematografico, con due ragazzi che si tenevano per mano passeggiando per il lungomare (ho aspettato 10 takes, all’11esimo sono andata via). Ho mangiato patatine con Vivien per poi essere assaliti dai gabbiani.
Salutata Coney Island, stasera cena con le mie Magnum interns-girls. Cibo vietnamita, belle chiacchiere e arrivederci a chissa’ quando e chissa’ dove.
Ho detto ciao anche all’omino della 14esima.
Sono pronta per la valigia.

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Day#87

Oggi, ultimo giorno di lavoro.
Ho salutato il 151 sulla W25th concludendo un mim, sistemando i miei progetti nell’hard disk, mangiando thai sulla 23rd con Claudia, bevendo l’ultimo caffe’ dal mio amato Johny, fotografando lui e il suo simpatico aiutante messicano a cui ho dimenticato di chiedere il nome.
La mia esperienza alla Magnum, dunque, finisce qui e torno a Roma con un libro gentilmente donatomi del peso di circa 10kg.
Programmo gli ultimi due giorni in terra americana e inizio a pensare al mio ritorno.

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Day#86

Prima o poi doveva accadere: dopo 86 giorni di America, un’indigestione da hamburger doveva arrivare.
Qualcuno di voi pensera’ che e’ scontato e da turistoni venire a vivere a Nyc e mangiare hamburger buonissimi appena si puo’.
Si, puo’ essere, ma anche no. Qui li mangiano tutti, sempre; sono cotti alla perfezione, farciti con maestria, accompagnati sempre da salse e verdure o patatine buonissime.
Su internet pagine e pagine di reviews (e in America contano moltissimo) sul migliore hamburger della citta’.
Ieri sera il veggie burger e’ stato letale, e ora qualcuno di voi pensera’ che mi fermero’ qui. In fondo mancano solo 5 giorni, posso resistere.
E invece no! Domani sera ho un posto prenotato da Dumont, uno dei migliori.
Si perche’ anche dopo indigestioni e crampi, l’hamburger ti tenta con i suoi colori, i suoi sapori e la sua estetica e ti conquista di nuovo.
Non c’e’ scampo.
Probabilmente prima o poi mi ritrovero’ intollerante agli hamburger, un po’ come Meg Ryan coi latticini, su quel treno che correva nelle campagne francesi.

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