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Day #10 – Cup half full

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Dopo una notte di precipitazioni incessanti la mattina non dà segnali migliori: pioggia è pioggia sarà. Ci avviamo mestamente a fare colazione nella sala comune del nostro motel, consci che il tour a Bryce Canyon nel migliore dei casi si risolverà in un nulla di fatto. Nonostante tutto non ci diamo per vinti e ci dirigiamo verso la meta, decisi a tentare comunque la fortuna. Il ranger (simpaticissimo anche qui) che ci accoglie al visitor center ci comunica che siamo proprio capitati durante le uniche due ore di sole previste in giornata. Meglio non avventurarsi lungo i percorsi giù per la valle, però, una pioggia improvvisa potrebbe renderli molto pericolosi. Poco male, ci diciamo, godiamoci lo spettacolo dall’alto. Questo è lo spettacolo che si staglia davanti ai nostri occhi appena arriviamo.

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Più che un canyon vero e proprio, quello che dovremmo vedere è un vasto anfiteatro naturale pieno di pinnacoli generati da secoli di erosione, con colori che vanno dal rosso vivo all’arancio al verde. La buona notizia è che il buon ranger non mentiva, il sole sta effettivamente uscendo e piano piano davanti a noi si apre uno scenario a dir poco affascinante.

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Galvanizzati dai primi raggi di sole ci incamminiamo verso Inspiration Point, uno dei punti più alti della zona. Qui finalmente possiamo apprezzare al meglio l’area del Bryce Canyon in tutta la sua ampiezza.

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Nel partire alla volta di Las Vegas lasciamo il nostro posto auto a una coppia di fidanzati di Roma che durante le manovre di parcheggio urla da un lato all’altro dell’area di sosta. Li ringraziamo silenziosamente per averci riportato per un breve lasso di tempo alla nostra vita di ogni giorno e ci promettiamo di non urlare mai più, almeno in pubblico, almeno durante questa vacanza. Ovviamente non manterremo la promessa a lungo.

Tempo di raggiungere la Interstate 15 e dopo qualche ora di viaggio attraverso montagne e deserto siamo finalmente al cospetto di Sin City. Da lontano, arrivando da nord, Las Vegas appare come una via di mezzo tra una stazione spaziale e un miraggio. Un mucchio di grattacieli e palazzi nel bel mezzo del deserto. Difficile non sgranare gli occhi.

Più ci si avvicina, più la città mostra i suoi eccessi e la sua mania di grandezza. Tutto quello che immaginate e che vi hanno probabilmente raccontato su Las Vegas è in gran parte vero: è eccessiva, kitsch, priva di senso del ridicolo e caotica. Tutti motivi validissimi per amarla, ovviamente. O per odiarla, sta a voi.

Noi di primo acchitto ci divertiamo un mondo a girare per le chapel dove ci si sposa o ci si risposa davanti a Elvis*, a guardare da vicino la torre Eiffel, il Colosseo e la Trump Tower e fare il nostro ingresso nell’hotel che ci ospiterà per una notte, il sobrio Venetian. Cosa dire di un hotel (e di una città) che decide di replicare una versione contraffatta e in scala quasi 1 a 1 di Venezia, con tanto di canali, gondole e gondolieri che cantano “Nel blu dipinto di blu” in un improbabile italiano? Forse che sono dei pazzi. O dei geni. Di nuovo, sta a voi.

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Col passare del tempo, lo stupore lascia lo spazio a un senso di sazietà e si fa sempre più forte il desiderio di lasciare il prima possibile questo grandissimo centro commerciale fatto città. Non si tratta tanto di vederne anche il lato oscuro, con gli homeless lungo tutti e marciapiedi e il vago senso di abbrutimento che avvolge tutte le sale da gioco, quanto di non sopportare a lungo l’orgia di suoni, colori ed odori.

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Per fortuna domani ci disintossichiamo con altri parchi e altri spazi sconfinati. Non prima di un bel bagno in piscina all’ombra del campanile di San Marco, però.

* Per quei pochi che se lo stessero chiedendo: no, non ci siamo risposati a Las Vegas. Non che non fosse nei piani, anzi. Purtroppo la Graceland Wedding Chapel, dove è The King ad officiare le cerimonie era tutta prenotata e, beh…o The King o niente. Ci spiace, la prossima voltaprenoteremo con mesi di anticipo, perché ci sarà una prossima volta.

Canzone del giorno:
Trisha Yearwood – She’s in love with the boy