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Day #11 + Day #12 – Going to California

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(scusateci ma in questi due giorni la wi-fi non ci ha assistito, quindi oggi post doppio)

Questo blog nasce per condividere con chi ci vuole bene uno dei momenti più belli della nostra vita. Magari alle volte può generare invidia, ce ne rendiamo conto, ma un sentimento che mai e poi mai ci sogniamo di provocare volontariamente. In ogni caso se l’abbiamo generata, ce ne scusiamo. Questo solo per dire che quando ci è arrivata notizia del gol di Florenzi, al pensiero che potevamo essere all’Olimpico, abbiamo rosicato un bel po’. Ma va bene, benissimo così.

Torniamo a noi. Ci siamo lasciati due giorni fa a Las Vegas, ancora frastornati dai suoi effluvi. Siamo partiti da Sin City sotto un sole battente diretti in California, l’ultimo degli Stati Uniti segnato sul nostro itinerario. Il caldo caldissimo della Death Valley in realtà si rivela un nemico tutto sommato affrontabile. Ad attenderci ci sarà tanto vento e la sensazione che la temperatura sia sopportabile, forse perché abbiamo accuratamente evitato le ore più calde.

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Ad attenderci al Visitor Center del parco della Death Valley come d’abitudine c’è un ranger cordiale e simpatico, la cui somiglianza con Alberto Marozzi gli assegna di diritto un posto d’onore nell’Olimpo dei personaggi che abbiamo incontrato strada facendo.

A questo punto dovremmo lanciarci in una lunga digressione su tutte le persone conosciute fin qua partendo proprio dai ranger, la miglior categoria umana di sempre. Dovremmo poi proseguire raccontando anche di Ricardo da Chihuahua, Messico, che ora vive a Denver con moglie e tre figli e che si è visto rovinare la vacanza in Italia da uno scippo a Termini. O di Aaron e Abdoul, i due autisti di Lyft (una società simile a Uber) con delle storie pazzesche: il primo a Nashville da un mese dopo una vita in California, il secondo è un medico del Mali che dopo una brutta storia di corna è “costretto a fare l’immigrato” negli States (e ci conferma che sì, “Seidou Keita is a great person”). Fino a Lesly, l’impiegata del casino di Las Vegas che studia italiano per venire nel Bel Paese e che con mille scuse ci tiene un’ ora al desk per poter fare un po’ di conversazione nel nostro idioma. Fino a Dave, il padrone del motel di Page che alla notizia della nostra luna di miele ci fa trovare in stanza due bottigliette di brut (bevuta una, non malaccio). Dovremmo raccontarlo, dicevamo, ma qui non ci dilungheremo oltre.

La prima tappa nella Death Valley, luogo di epiche sfide narrate dal Grande Cinema, è a Badwater, un vasto lago salato che costituisce il punto più basso del Nord America . Un cartello affisso sulla parete di roccia, 86 metri sopra di noi, ci segnala a che altezza si trova il livello del mare (è quel puntino bianco che vedete sulla terza foto, in alto a sinistra).

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Subito dopo andiamo a gustarci il tramonto ad Artist Point. Per la precisione ad Artist Palette, dove sembra effettivamente di essere al cospetto di una gigantesca tavolozza da pittore, che resteremmo a fissare per ore.

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Mentre sulla Death Valley cala il buio ci avviamo al Panamint Springs, dove passeremo la notte. Il tempo di fare un incontro ravvicinatissimo con un coyote e raggiungiamo il nostro motel. Dopo gli sfarzi del Venetian facciamo un sano ritorno ad usi più spartani. Quella che vedete a destra, signore e signori, è la reception.

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La mattina del giorno 12 prevede sveglia all’alba, colazione robusta e viaggio verso Zabrinskie Point. Sulla strada ci accertiamo che nessuno di noi due abbia visto il film di Antonioni, così da risparmiarvi inutili citazioni colte. Quello che conta è che per l’ennesima volta davanti a noi c’è un paesaggio indescrivibile ed emozionante, uno spazio sconfinato e solo apparentemente primo di vita, in cui le sfumature di colore vanno dal crema più pieno al nero più intenso.

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Prima di partire per il Sequoia National Park, ultimo parco nazionale prima di Los Angeles e San Francisco, facciamo una capatina tra le dune di Mesquite Sand. Qui i venti della zona portano le sabbie di tutto il circondario e creano un vero e proprio angolo di Sahara. L’ennesima conferma che in questi spazi giganteschi basta spostarsi di poche miglia per cambiare completamente scenario.

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Sulla strada, il navigatore ci regala gentilmente un lungo viaggio per le strade della California, tra laghi, campi coltivati in lunghissimi filari e montagne ora boscose ora d’improvviso completamente brulle. Per rendere il racconto ancora più realistico potremmo dire che ci imbattiamo in ben due interruzioni per lavori in corso che rendono le bizze del GPS ancora più simpatiche. All’arrivo ci aspetterebbe una piscina ma siamo troppo stanchi per farci il minimo bagno.

Proprio quando pensiamo che la serata sia finita arriva l’ultima graditissima sorpresa. Nel bel mezzo di Three Rivers, la piccola località nei cui pressi alloggiamo, c’è un locale sul ciglio dei tre fiumi che danno il nome al paese. Si chiama Ol’ Buckaroo e si tratterebbe di un semplice food truck con tavolini all’aperto ma è molto di più. Ottimo cibo, buona musica, cortesia a palate e un allestimento caldo e informale. Ci sforziamo tantissimo per non fare i soliti provinciali e pensare ai tanti locali di casa nostra che scimmiottano questo stile con grande prosopopea e presunzione senza avvicinarsi minimamente ai risultati di realtà molto più piccole.

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Nella foto: tifoso romanista lontano da casa guarda con ammirazione il gol di Florenzi

Se state leggendo queste righe vuol dire che la wi-fi che prende solo sotto questo piccolo gazebo ha funzionato. Domani ultime passeggiate tra i boschi e all’aria aperta, dal pomeriggio in poi saranno solamente smog, asfalto e le luci della città. O quasi.

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Canzone del giorno
Jimmy Buffett – Margaritaville